lunedì, 18 marzo 2013
Almaty, Kazakistan, dove un tempo c'erano le mele
Tra i piccoli-grandi piaceri della vita, personalmente tengo in altissima considerazione quello di andare a zonzo in una grande città sconosciuta, affidandomi al caso per scoprirne carattere e specificità. Girandola il più possibile a piedi, per fissarmi volti, aromi e colori senza il filtro di un finestrino e soprattutto senza la velocità di un'auto.
E' il sottile piacere di affidarsi al caso, di andare alla scoperta di quello che la guide non dicono, cosa per altro molto facile per Almaty, a proposito della quale tutte le guide, dalla Lonely Planet in giù, dicono ben poco.
Giusto sei mesi fa scrivevo a proposito di questo gigante sconosciuto, il Kazakistan.
Visto che mi è capitato un po' per caso di andare ad Almaty, la vecchia capitale, è stato divertente cercare qualcosa che mi stupisse di questa lontana città di 1 milione e mezzo di abitanti nel bel mezzo dell'Asia, nota (relativamente) come la città delle mele.
Il nome Almaty (o Alma-Ata com'era conosciuta in epoca sovietica) viene infatti dalla radice "alma", che significa mela. Qui vicino, nelle colline fuori Almaty, nel 1929 il biologo sovietico Nikolay Vavilov rintracciò dei fossili di mele di ben 65 milioni di anni fa, probabilmente i "padri" di tutte le mele, visto che stiamo parlando di qualcosa datato nell’era dei dinosauri.
Impressione fondamentale: Almaty è molto meno asiatica di quanto non suggerisca la posizione sulla mappa: in buona parte è la classica città ex-sovietica, grigia e anonima. Larghi viali alberati costeggiati da palazzoni popolari in perfetto stile sovietico, l'immancabile parco dei divertimenti per bimbi chiamato Gorky Park con l'altrettanto immancabile ruota al centro, i soliti enormi monumenti che onorano i caduti della seconda guerra mondiale, l'ex palazzo dei soviet con le sue enormi colonne neoclassiche.
Anche i nuovi edifici, quelli del ventennio post-indipendenza, ricordano più Mosca che non la vicina Cina. La recente ricchezza si vede più dal parco macchine circolante, dai negozi e dai ristoranti di lusso che non da altro. Città comunque abbastanza ben tenuta rispetto ad altre città dell'ex Unione Sovietica. Se non altro gli edifici fatiscenti sono pochi, le buche sulle strade parimenti poche, i pali della luce dritti e non troverete branchi di cani selvatici a vagare nel buio, come accade nelle città più dimesse dell'ex impero.
In ogni caso, una città con un'identità indelebilmente forgiata attraverso settanta anni di comunismo.
Si capisce meglio, qui, perchè Nazarbaev abbia voluto farsi una capitale nuova di zecca. Certo, nel momento in cui il presidente decise di spostare la capitale, nel 1997, due erano i fattori principali: il rischio sismico e l'estrema vicinanza al confine cinese di Almaty, ma lo stesso viene da pensare che Nazarbaev e il suo entourage fossero convinti di questa cosa. Più facile, probabilmente, cimentarsi nella difficile impresa di costruire una capitale nel nulla che non tentare l'impossibile impresa di cambiare il volto di una città con un suo marchio preciso.
Sorprende - in positivo - l'armonia tra le etnie, caso unico dell'Asia Centrale, vanto del nuovo corso forse anche di più del boom economico. Circa la metà della popolazione è di etnia kazaka, un 30% di russi, poi ucraini, varie etnie dell'Asia Centrale (tagiki, turkmeni, uzbeki, uiguri), poi coreani, tedeschi del Volga deportati da Stalin, ceceni anche loro deportati da Stalin, ebrei (questi non so se deportati da Stalin... approfondirò...), cinesi ed altri ancora, in un melting pot davvero curioso.
Si parla indifferentemente kazako e russo, un po' di inglese nei posti più commerciali. Le varie etnie non vivono separate, in zone diverse e nemmeno sembrano occupare diverse fasce sociali, con l'eccezione di quelle di nuova immigrazione, per lo più immigrati dai paesi più poveri dell'Asia Centrale che lavorano nei numerosi cantieri.
Un risultato, questo, perseguito con feroce determinazione ed estrema saggezza da Nazarbaev, dato che una diaspora russa, come successo in altre repubbliche ex-sovietiche, qui in Kazakistan avrebbe messo in ginocchio apparato statale, sistema educativo e produttivo in un colpo solo. Insomma, una gradita eccezione ed in fondo giusto così, dato che questo è un crocevia millenario di culture e popoli diversi, di raccordo tra est ed ovest del mondo.
Le attrazioni in senso stretto della città sono davvero poche: la colorita cattedrale Zenkov, sita nel parco Panfilov, nella foto sotto, forse la piazza della Repubblica con un paio di obelischi, ma poco altro.
Qualche guida suggeriva di fare un salto al Zelyony Bazar, il bazar cittadino, ma probabilmente ripeteva abbellendo il racconto di qualcuno che non c'era mai stato: io mi aspettavo di trovarci non dico un bazar di Istanbul, ma almeno un luogo variopinto e con suggestioni asiatiche. Nulla di più deludente: in pratica il mercato consiste in due file di bancarelle da un centinaio di metri con da un lato banconi con pezzi di carne sanguinolenta e pesce esposta in condizioni igieniche allucinanti, dall'altro frutta e prodotti per la casa. E non pensate che sia il solito commento schizzinoso eurocentrico: durante i viaggi non mi schiferei di mangiare qualsiasi mostruosità che abbia il solo pregio di essere locale, farei tranquillamente il bagno tra le carcasse del Gange e sono felice come una Pasqua se mi offrono una bevanda che di commmestibile ha solo l'alcol, ma questo mercatino, credetemi, è triste, tanto triste...
Poi, per i culture vulture, ci sono 32 musei ad Almaty, ma nessuno di essi imperdibile secondo le guide.
Io ho fatto una rapida visita ad uno scelto a caso, al museo dei libri: l'ho trovato chiuso ed impolverato, senza un cartello che dicesse se l'indomani avrei potuto nutrire speranze di trovarlo aperto. Mah... Forse sarei dovuto andare al Museo della Gloria Olimpica, mi son trovato a pensare.
Per il resto, le vere attrazioni sono nei dintorni e sono date dai bellissimi laghi e dalle montagne che circondano Almaty. Poi, la pista di pattinaggio sul ghiaccio più grande del mondo, Medeu, ma tutto è nei dintorni, ergo, o avete qualcuno che vi scarrozza o ciccia.
Della città, alla fin dei conti, la cosa più bella è data dai mille lineamenti diversi dei suoi abitanti, dal crogiolo di razze davvero unico.
E poi la bellezza di essere qui per caso, di staccare dal quotidiano, questa però uno se la porta dentro.
20:00 Scritto da thesearcher_70 in opinioni | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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lunedì, 26 novembre 2012
Il fattore Segrate: ossia, perché Renzi non ce la può fare
No, non c'entra nulla Segrate inteso come Mondadori o come Lodo relativo, si parla proprio di Segrate città.
Una città tradizionalmente ancorata al centro-destra, con uno dei PIL pro-capite più alti della Nazione: ossia il covo ideale di voti "di destra", che tanto spaventavano Rosy Bindi e Susanna Camusso, voti che avrebbero dovuto sospingere Matteo Renzi detto il rottamatore.
Dove perfino il PD locale sembrava aver deciso di appoggiare il Sindaco di Firenze (questa va spiegata, lo so, ma il succo è che io, almeno, ho ricevuto una e-mail dal locale Comitato per Renzi con sender PD locale... ergo ci ho letto un sottinteso endorsement).
Ebbene, i risultati delle primarie in questa roccaforte conservatrice hanno visto Bersani prevalere sul filo di lana:
Voti totali: 2160
Bersani Voti 900 (41,6%)
Renzi 894 (41,3%)
Vendola 262 (12,1%)
Puppato 86 (4,0%)
Tabacci 22 (1,0%)
Quindi Bersani davanti persino in questo Mississippi italiano, per il resto abbastanza in linea con le rilevazioni nazionali le percentuali di Vendola, Puppato e dulcis in fondo Tabacci, grazie al tempo ed ai 2 euro spesi dai suoi 22 eroici sostenitori, cosa che mi rende abbastanza fiducioso circa la non completa infondatezza del ragionamento induttivo che sto facendo.
E ora? Fossimo in America, Renzi avrebbe già offerto la vicepresidenza a Vendola, ma siamo in Italia dove tutti stanno con tutti e con nessuno: credo che a questo punto Renzi si accontenterà di "perdere bene", perché la distanza è davvero tanta e i numeri non la dicono tutta secondo me, in casi come quello della piccola Segrate che ci danno la misura della qualità del distacco.
E induubbiamente Bersani ha il coltello dalla parte del manico a questo punto.
21:50 Scritto da thesearcher_70 in opinioni | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: primarie, primarie pd, matteo renzi, bersani | OKNOtizie |
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martedì, 21 agosto 2012
Cronache spagnole: il paese che non c'era
Un paio d'anni fa, un infelice editorialista del Corriere definì il Kazakistan come una "piccola repubblica centro-asiatica" (notare che il Kazakistan è grande quanto l'intera Europa Occidentale ed è il nono stato del mondo per estensione).
Del resto, se Sacha Baron Cohen si è inventato il personaggio di Borat, l'esuberante giornalista kazako, questo è stato possibile grazie al vuoto che occupa nel nostro immaginario collettivo questo sterminato paese, abitato da poco più di 16 milioni di anime, ma ricco di storia e di una impressionante varietà etnica e religiosa.
Oggi, nuovo capitolo della saga del paese che non c'era e che continua a non esistere, nonostante l'edificazione di una capitale hi-tech in mezzo al deserto, l'imperiosa crescita economica, l'oro di Vinokourov alle Olimpiadi e lo stesso Borat.
Arriva il ragazzo che si occupa della manutenzione degli impianti della casa dove stiam soggiornando. Parla spagnolo smozzicato e inglese altrettanto smozzicato. Biondiccio, occhi azzurri, zigomi larghi, tipica faccia slava. Forse l'infermiere polacco che riempiva di terrore i sindacati francesi qualche anno fa, nella felice stagione dell'allargamento dell'UE.
Gli chiedo di dov'è e questo comincia a dire che lui viene da un posto lontano, più lontano della Polonia, che lui è ucraino, ma non dell'Ucraina. Insomma, per farla breve, mi tocca di estorcergli l'informazione che di fatto viene dal paese che non esiste, dal Kazakistan.
Cerco di chiedergli qualcosa della storia della sua famiglia, ma niente, il passato per lui non esiste, esiste solo presente e futuro. Non mi sorprendo troppo della cosa, essendo un tratto tipico della generazione venuta su dopo il crollo dell'URSS, un passato che pochi, pochissimi giovani sentono la necessità di esplorare.
Probabilmente la storia della sua famiglia non è molto diversa da quelle descritte in "In Search of Kazakhstan: The Land that Disappeared", libretto molto godibile di Christopher Robbins (che non mi risulta sia mai stato tradotto in italiano).
Bel rebus questo paese: forse solo un evento come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio riusciranno a "metterlo sulla mappa"?
10:52 Scritto da thesearcher_70 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: kazakistan | OKNOtizie |
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